Nell’era di Dottor Google e Mister AI, la salute ha ancora più bisogno di empatia
Quando la salute si cerca online
In questi giorni si parla molto di intelligenza artificiale applicata alla salute. Nuovi strumenti – sviluppati anche da OpenAI – promettono di aiutare le persone a orientarsi meglio tra dati clinici, stili di vita e informazioni sanitarie. È un segnale interessante e, in fondo, inevitabile, perché la verità è che la salute è già da tempo uno dei principali territori della ricerca online. Le persone cercano risposte, spiegazioni, rassicurazioni. Spesso lo fanno prima di una visita, dopo una visita, o nel mezzo di un dubbio che non sanno ancora come chiamare. Da anni lo definiamo fenomeno Dottor Google.
Quando avviene la ricerca?
La ricerca avviene spesso la sera, in solitudine, dopo una frase del medico non del tutto compresa, quando l’emotività è più forte della razionalità. In quei momenti non basta una risposta corretta. Serve contesto, serve linguaggio, serve la possibilità di essere compresi per non sentirsi soli.
Anche le intelligenze artificiali più evolute chiariscono – giustamente – di non sostituire il medico. Ma il vero limite non è clinico. È che i dati, da soli, non rassicurano. Non aiutano a collocare un’informazione dentro una storia di vita. Un algoritmo può spiegare un valore, ma non può capire cosa significa, per quella persona, leggere proprio quel dato in quel momento.
Quando si parla di salute, la forma è già contenuto
La comunicazione in ambito salute è prima di tutto relazione e nel mio lavoro ho imparato una cosa semplice: quando si parla di salute, la forma è già contenuto. Il modo in cui raccontiamo un percorso, una scelta, una terapia, un dubbio fa la differenza tra informare e accompagnare. E accompagnare non significa semplificare o edulcorare. Significa tenere insieme rigore scientifico ed empatia, senza che uno cancelli l’altra.
L’ intelligenza artificiale sarà sempre più utile, aiutandoci a orientarci, a prepararci, a porre domande migliori. Ma non può né potrà sostituire una visione editoriale capace di stare accanto alle persone nei momenti in cui cercano senso, non solo risposte.
Il tempo della salute non è quello delle notifiche
C’è poi un altro aspetto che spesso dimentichiamo: il tempo. La salute non ha il tempo dei feed, né quello delle notifiche. Ha un tempo lento, fatto di attese, ripensamenti, silenzi. Le persone cercano informazioni quando sono pronte a riceverle, non quando noi siamo pronti a comunicarle. E ogni contenuto che ignora questo tempo rischia di essere corretto, ma fuori luogo
In questo scenario, la vera differenza non la farà lo strumento, ma l’intenzione con cui viene usato. Parlare di salute significa entrare in uno spazio fragile, dove le parole pesano più dei numeri. Ed è qui che chi comunica – brand, media, istituzioni – è chiamato a una responsabilità nuova: non solo dire cose corrette, ma chiedersi quando dirle, come dirle e con quale consapevolezza dell’impatto che possono avere sulla vita delle persone.
Il futuro della comunicazione in ambito sanitario, in sostanza, credo non sarà mai solo tecnologico, informativo o emozionale. Sarà umano e quindi, inevitabilmente, editoriale.



