Siamo sicuri che il problema sia solo la disinformazione?
Da ragazzo, con i giochi di prestigio, ho imparato una cosa che negli anni si è rivelata fondamentale anche nel mio percorso professionale: vedere non significa necessariamente osservare.
In magia, l’attenzione viene guidata. Il pubblico può avere davanti agli occhi tutto ciò che serve per comprendere quello che sta accadendo e, nello stesso tempo, guardare altrove.
Oggi, ogni volta che apriamo uno schermo, succede qualcosa di simile. Solo che non c’è un vero e proprio mago. E soprattutto non sappiamo neanche più bene dove guardare.
Parliamo molto, e giustamente, di disinformazione: fake news, manipolazioni, contenuti artefatti. Il problema è reale. Ma se continuiamo a porci soltanto la domanda “è vero o è falso?”, rischiamo di trascurarne un’altra.
Cosa succede quando le informazioni, sebbene non siano false, sono semplicemente troppe?
Possiamo essere sommersi anche da informazioni corrette: dati, video, newsletter, notifiche, approfondimenti, post, podcast, contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Tutto potenzialmente utile. Tutto contemporaneamente.
Il falso fa rumore.
Il troppo, invece, può fare nebbia.
Quando l’informazione aumenta, l’attenzione diminuisce
Herbert Simon lo aveva scritto già nel 1971 con una formula diventata quasi profetica: “a wealth of information creates a poverty of attention”.
L’idea è semplice: più informazioni abbiamo a disposizione, più diventa preziosa — e difficile — la capacità di scegliere a cosa dedicare la nostra attenzione.
Oggi quella scelta avviene continuamente. Passiamo da una notizia a un messaggio, da un video a una notifica, da un approfondimento a un altro contenuto suggerito dall’algoritmo. E spesso lo facciamo senza nemmeno accorgerci di quante volte la nostra attenzione venga interrotta.
La ricerca cognitiva ci ricorda che l’attenzione non è una risorsa infinita. Una meta-analisi pubblicata nel 2025 sulle distrazioni nella lettura digitale associa l’interferenza attentiva a un aumento del carico cognitivo e a una peggiore comprensione.
La domanda che mi interessa è: quanto di ciò che vediamo riesce davvero a diventare qualcosa che comprendiamo e, soprattutto, ricordiamo?
Perché essere raggiunti da un’informazione non significa necessariamente averla ricevuta. Così come averla letta non significa averla compresa. E averla compresa non significa necessariamente ricordarla.
Forse il problema della sovrainformazione comincia proprio qui: quando aumenta ciò che possiamo vedere, ma diminuisce ciò che riusciamo davvero a trattenere.
Il pollice è diventato il nostro editore
Il web non è più soltanto il posto in cui cerchiamo informazioni. È l’ambiente nel quale le selezioniamo, le condividiamo, le commentiamo e, sempre più spesso, contribuiamo noi stessi a determinarne la circolazione.
Pensiamo alla salute.
Secondo Eurispes, nel 2025 il 71,9% degli italiani cerca online informazioni e consigli relativi alla propria salute; il 61,9% utilizza la Rete anche per cercare di capire a cosa possano essere dovuti sintomi o disturbi.
Questo non significa che Internet abbia sostituito il medico. Nella maggior parte dei casi, la ricerca online si accompagna al confronto con un professionista.
E non significa neppure che cercare informazioni online sia un problema. Il web può essere una risorsa straordinaria per far arrivare i giusti contenuti nelle mani di quanti gettano in Rete la propria domanda.
La questione è un’altra: in mezzo a tutto ciò che possiamo sapere, come decidiamo che cosa merita davvero la nostra attenzione? E per quanto tempo saremo poi capaci di ricordarlo?
Un editore, almeno idealmente, ha criteri, responsabilità e una gerarchia.
Noi, molto spesso, abbiamo un pollice e mezzo secondo.
Il giornalismo, quando funziona, sa anche togliere
È qui che, secondo me, il mestiere del giornalista torna a mostrare una delle sue funzioni sociali più importanti.
Selezionare non significa impoverire l’informazione. Significa darle una gerarchia.
Decidere cosa merita un titolo, cosa richiede un approfondimento, cosa ha bisogno di contesto. E anche — forse soprattutto — cosa non serve pubblicare.
Per molto tempo abbiamo associato l’evoluzione dei media alla possibilità di avere sempre più informazioni a disposizione. Oggi quella possibilità è diventata quasi illimitata. E con l’intelligenza artificiale sta aumentando anche la nostra capacità di produrne a nostra volta.
Ma proprio qui emerge un paradosso.
Più diventa facile produrre contenuti, più acquista valore la capacità di scegliere cosa non produrre.
Vale per il giornalismo. Vale per il branded content. Vale per lo storytelling più in generale.
Perché comunicare non significa occupare tutto lo spazio disponibile.
Significa scegliere quale spazio merita di essere occupato.

Far apparire ciò che conta
Da ragazzo, con la magia, cercavo di guidare l’attenzione per creare un’illusione.
Oggi, nel mio lavoro, provo in qualche modo a fare il contrario: usare gli strumenti della comunicazione per far emergere ciò che conta.
Perché forse il punto non è far sparire qualcosa.
È far apparire, almeno per un istante, ciò che merita di essere visto, compreso e ricordato.
Prima di pubblicare l’ennesimo contenuto, allora, potremmo iniziare a farci una domanda molto semplice:
stiamo aggiungendo luce o stiamo soltanto aggiungendo rumore?
F.A.Q.
Che cos’è la disinformazione?
La disinformazione è la diffusione di informazioni false, manipolate o fuorvianti. Nell’ambiente digitale rappresenta un problema importante, ma non è l’unico: anche una quantità eccessiva di informazioni corrette può rendere più difficile capire cosa sia davvero rilevante.
Che cosa si intende per sovrainformazione?
La sovrainformazione si verifica quando siamo esposti a una quantità di contenuti così elevata da rendere più difficile selezionare, comprendere e ricordare le informazioni. Il problema, quindi, non riguarda necessariamente la falsità dei contenuti, ma la loro quantità e la continua competizione per la nostra attenzione.
Perché troppe informazioni possono ridurre attenzione e comprensione?
Troppe informazioni possono aumentare il carico cognitivo e frammentare l’attenzione. Passare continuamente da notizie, messaggi, video, notifiche e altri contenuti può rendere più difficile concentrarsi, comprendere ciò che leggiamo e conservarlo nella memoria.
Perché la ricerca di informazioni sulla salute online richiede particolare attenzione?
Internet permette di trovare rapidamente informazioni su salute, sintomi e disturbi, ma la quantità di contenuti disponibili rende fondamentale valutarne affidabilità, rilevanza e contesto. Cercare informazioni online può essere utile, ma non significa automaticamente comprenderle correttamente o poter sostituire il confronto con un professionista.
Qual è il ruolo del giornalismo nell’epoca dell’eccesso di informazioni?
Il giornalismo può aiutare a selezionare, contestualizzare e creare una gerarchia delle informazioni. In un ambiente in cui è sempre più facile produrre contenuti, anche grazie all’intelligenza artificiale, acquista valore la capacità di capire cosa merita davvero attenzione e cosa invece rischia soltanto di aggiungere altro rumore.


